Nº. 15 of  23

R I C E R C A R E

Professor Alberoni, chi glielo ha detto che l’esperienza digitale non sia ormai l’esperienza, senza aggettivi, della vita umana? Perché - Alberoni con le buone e il governo con leggi di censura - vogliamo tutti alterare le condizioni della realtà così come esse sono venute costruendosi? Solo perché non sono identiche alle nostre? Perché i giornali sono realtà e un sito internet è illusione?

Repubblica.it - Blog - Scene Digitali » Blog Archive » Professore, la smette di predicare e si chieda cos’è la realtà (via apogeonline)

Actual exchange as recorded by a court reporter...

ATTORNEY: Doctor, before you performed the autopsy, did you check for a pulse?
WITNESS: No.
ATTORNEY: Did you check for blood pressure?
WITNESS: No.
ATTORNEY: Did you check for breathing?
WITNESS: No.
ATTORNEY: So, then it is possible that the patient was alive when you began the autopsy?
WITNESS: No.
ATTORNEY: How can you be so sure, Doctor?
WITNESS: Because his brain was sitting on my desk in a jar.
ATTORNEY: I see, but could the patient have still been alive, nevertheless?
WITNESS: Yes, it is possible that he could have been alive and practicing law.

Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.

—Primo Levi, Se questo è un uomo

Durante il corso della modernità abbiamo troppo sacrificato il diritto all’ombra pesante del potere politico, lo abbiamo ridotto a una misura che non gli è congeniale, si è dimenticato troppo la sua inabdicabile socialità e lo si è fatto specchio dello Stato, ossia di un apparato di potere. Oggi che lo statalismo moderno è in crisi profonda; oggi che la dimensione economica sta prendendo il sopravvento su quella politica e che sempre più siamo chiamati a considerare un orizzonte globale; oggi che, come giuristi, stiamo contemplando l’erosione ogni giorno più squassante del massiccio sistema delle fonti edificato con pietra forte dai nostri padri ma simile ormai a un castello di sabbia; oggi, noi dobbiamo prendere coscienza che è giunta l’ora di un recupero che restituisca il diritto alla storia, ossia al movimento e al mutamento, rendèndolo dimensione di una civiltà in cammino e toglièndogli quella separatezza e quel distacco conferìtigli dal marchio a fuoco del potere.

—Paolo Grossi, Uno storico del diritto alla ricerca di se stesso

Ma che tipo di partecipazione alla vita civile è supportato dai siti di social network? Quali pratiche di impression management (Goffman 2000) legate al rendere visibile l’appartenza a certi gruppi o l’adesione a certe cause hanno luogo? Esiste una relazione fra utilizzo dei siti di social network e tasso di partecipazione alla vita della propria comunità? Quale sarà l’impatto di questi siti in Italia?

Il rapporto tra Social Network e Civic Engagement | Social Network Sites Italia

via De Novi Web

Heart needs a home
it’s a dark and empty road
when you’re alone

—Blackfield, Summer

Vasilij Kandinskij, Black Lines 1 (1913)

Vasilij Kandinskij, Black Lines 1 (1913)

Le donne devono fare due volte meglio le cose che fanno gli uomini per essere apprezzate la metà. Per fortuna non è una cosa difficile.

Charlotte Whitton

(Prima donna sindaco di una grande città canadese, Ottawa 1961)

Zeroviolenzadonne.it

Io - proseguì poi don Mariano - ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre.

—Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

“”Una persona che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio in stato vegetativo” spiega il dottor Berlusconi, dopo avere esaminato la cartella clinica della signorina Eluana Englaro. Fantastica e illuminante ammissione involontaria, questa del Presidente del Consiglio: una donna, per i talebani e per gli opportunisti, è una fotocopiatrice biologica, un apparecchio di riproduzione, semplice terra nella quale buttare un seme e poi vederlo germogliare, senza che la terra stessa, fertile, ma sorda, possa obbiettare. La sua volontà non conta. Le donne, come la terra, non possono decidere se e quando generare, nella visione di questi seminatori assoluti. Il solo fatto che questa ipotesi sia stata pensata, senza avere visto le immagini di quei resti umani che rendono disumano il solo pensiero di una gravidanza, dimostra la desolazione morale e la insensibilità di chi l’ha formulata. Ora quel corpo è stato anche, figurativamente, violentato nella sua intimità più vulnerabile.

Vittorio Zucconi

Le emozioni ci sono certamente, non è vero che siamo anestetizzati. Bisogna essere cauti: ritenere che la nostra epoca abbia perduta la capacità di dare voce a ciò che si agita nel profondo del nostro cuore, nella nostra testa, nei nostri nervi significa dimenticare che anche altre epoche hanno avuta questa difficoltà, si sono confrontate con questa difficoltà di dare voce a ciò che si agita nel profondo. Il problema è proprio questo: come fare, quali strutture di senso mediano tra una oscura volontà di dare corpo ai nostri fantasmi e la possibilità reale di fare questo. Certo la religione un tempo ha svolto un’opera di mediazione fondamentale. Non che oggi sia venuta meno ma almeno in parte è venuta meno l’esperienza religiosa diffusa. Di qui la difficoltà a trovare parole, a trovare gesti, a trovare costellazioni di senso che ci aiutino a venire in chiaro di noi stessi. Lo strumento forse più raffinato di cui noi disponiamo sono i libri ma, appunto, leggono i nostri ragazzi? Uno strumento anche raffinato, o che lo sarebbe, è la televisione ma la televisione è capace di fare questo? Io ne dubito. E allora? E allora torniamo alla sua domanda. Che cosa, dove trovare delle forme di mediazione? Io questa domanda la trasformerei in un imperativo: dobbiamo trovare, non resta che ritessere sempre di nuovo questa tela, questa tela linguistica simbolica che è la sola, questa rete che è la sola che davvero ci salva raccogliendo ciò che altrimenti avrebbe una pura forza devastante.

—Sergio Givone

zeruhur:

Kings Of Convenience - Winning A Battle, Losing A War (via greensidedown)

Mourrons pour des idé’s d’accord, mais de mort
lente,
D’accord, mais de mort lente.

George Brassens - Mourir pour des idées

Nº. 15 of  23