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R I C E R C A R E

Perché gli esperti, io, per esempio, quando facevo l’università che facevo la tesi su Chlebnikov e mi consideravo un esperto di Chlebnikov, io se sentivo qualcun altro che parlava di Chlebnikov, non lo stavo mica a sentire. Cercavo di interromperlo subito, e se continuava mi veniva proprio l’istinto fisico di andare via e intanto pensavo Come si permette, questo, di parlare di Chlebnikov, che l’esperto di Chlebnikov sono io? Cioè a me, dopo che avevo studiato le cose di Chlebnikov per qualche mese, mi eran cresciuti come dei paraurti retrattili davanti e didietro che saltavano fuori ogni volta che veniva fuori l’argomento Chlebnikov e che mi impedivano di avvicinarmi e di imparare di più, ero talmente convinto di saperne, su Chlebnikov, che su questo argomento ero diventato cieco, e sordo, non muto, che ne parlavo continuamente anche a della gente, che, poveretti, la poesia d’avanguardia dei primi anni del novecento nella Russia presovietica e sovietica non era stranamente un argomento che li appassionava.
Perché gli esperti son quello, son ciechi e son sordi, non hanno bisogno, loro, né di guardare né di sentire, pensate a un esperto dattilografo, che riesce a scrivere senza guardar la tastiera, non fa neanche un errore, bravissimo, e va benissimo, in quel caso, perché la tastiera poi in fondo è sempre la stessa, ma se alla tastiera si sostituisce il mondo, adesso non so, ma la cosa mi sembra diventi un po’ più complicata.

Paolo Nori » Un mondo di esperti

Ben Vautier

Ben Vautier

I had a teacher I liked who used to say good fiction’s job was to comfort the disturbed and disturb the comfortable. I guess a big part of serious fiction’s purpose is to give the reader, who like all of us is sort of marooned in her own skull, to give her imaginative access to other selves. Since an ineluctable part of being a human self is suffering, part of what we humans come to art for is an experience of suffering, necessarily a vicarious experience, more like a sort of “generalization” of suffering. Does this make sense? We all suffer alone in the real world; true empathy’s impossible. But if a piece of fiction can allow us imaginatively to identify with a character’s pain, we might then also more easily conceive of others identifying with our own. This is nourishing, redemptive; we become less alone inside.

David Foster Wallace

Che dire, dunque, di Lenore, dei capelli di Lenore? Sono capelli che in sé e di per sé sono di tutti i colori - biondi e rossi e corvini e ramati - ma che determinano un compromesso ottico esteriore tale da farli risultare complessivamente, e tranne per fulminei bagliori registrabili solo mediante coda dell’occhio, banalmente castani. Capelli che vengono giù lisci seguendo la dolce curva delle guance di Lenore fin sotto il mento, dove quasi si ricongiungono, come fragili mandibole di insetto rapace. Oh, se quei capelli sanno mordere. Di quei capelli io conosco il morso.
E gli occhi. Io non so dire il colore degli occhi di Lenore Beadsman; non posso guardarli; per me quegli occhi sono il sole.
Sono blu. Le sue labbra sono carnose e rosse e tendono al rorido e più che chiedere pare pretendano, in quel loro broncio di seta liquida, d’esser baciate. Io le bacio spesso, lo ammetto, inutile negarlo, ne sono un baciatore, e un bacio con Lenore è, se mi è concesso indugiare un po’ su questo tema, non tanto un bacio quanto una dislocazione, è rimozione e poi brusca assunzione di essenza dall’io alle labbra, sicché è non tanto il contatto di due corpi umani per fare le solite cose a colpi di labbra quanto due insiemi di labbra in reciproca cova e in comunione di specie sin dagli albori dell’era post-Scardale, forti di condizione ontologica autonoma sancita dalla suddetta comunione, che trascinano dietro e sotto di sé, mentre si uniscono e diventano una cosa sola, due ormai completamente superflui corpi terreni appesi al bacio come spossati gambi di fiori sursbocciati ovvero come mute ormai inservibili. Un bacio con Lenore è una sequenza in cui io pattino con scarpe imburrate sull’umida pista del suo labbro inferiore, protetto dalle intemperie grazie all’aggetto madido e tiepido di quello superiore, per infine riparare tra labbro e gengiva e rimboccarmi il labbro sin sul naso come un bimbo la coperta e da lì scrutare con gli occhi lustri e ostili il mondo esterno a Lenore, del quale non voglio più far parte.

—D.F. Wallace, La scopa del sistema

memomem:
Night Signs (via vincos)

memomem:

Night Signs (via vincos)

  • Non so cosa sto cercando.
  • Come mai non lo sai?
  • Perché… perché… Perché credo che se lo sapessi non sarei più capace di cercare quello che cerco.

—D. Adams - Guida galattica per gli autostoppisti (via madamepsychosis)

Concittadini,
lo riconosco: ero un idealista.
Scrivevo satira, schernivo i consumisti, gli avidi di denaro,
i burocrati, i demagoghi.
Non ho cambiato niente e nessuno.
Ormai non sono più idealista.
Scrivo domande in carta da bollo.
Vi prego cortesemente di astenervi dall’essere
consumisti, avidi di denaro, burocrati,
demagoghi.
Nella speranza di veder accolta
questa mia domanda.
Con ossequio
Ivan Kulekov

Paolo Nori » Ivan Kulekov

LOCANDINA DELLE INTENZIONI

Perduta per timidezza l’occasione di morire, uno scrittore infelice decide di curarsi scrivendo un libro felice. Ne chiede l’argomento, secondo l’uso, ai cento occhi della memoria e ai solluccheri di gioventù. Sennonché, più il racconto va avanti, e si trucca di fiabe, e formicola di luminarie, più lascia varchi fra le righe al soffio del nero presente. Non resta allo scrittore che differire sine die la salute, pago d’aver cavato dall’avventura qualche momentanea lusinga ad amare l’inverosimile vita…

—Gesualdo Bufalino, Argo il cieco

Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che si attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle.
In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.

—Italo Calvino, Lezioni americane, Leggerezza

La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo.

«La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!».

Questo è l’indifferentismo alla politica.

—Piero Calamandrei, 1955

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa.

Girolamo De Michele citato in Lipperatura di Loredana Lipperini

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