Ogni parola è un fascio di significati che, lungi dal convergere in un medesimo punto ufficiale, s’irradiano in diverse direzioni. Dire “sole” significa compiere un lunghissimo viaggio, al quale siamo però a tal punto abituati che viaggiamo dormendo. La poesia si distingue dal linguaggio automatico appunto perché a metà del viaggio ci riscuote e ci sveglia. La parola ci appare allora molto più lunga di quanto credessimo, sicché ci rammentiamo che parlare significa essere sempre in cammino.
—Osip Mandel’štam - Conversazione su Dante
11pm
Je suis de mon cœur le vampire,
- Un de ces grands abandonnés
Au rire éternel condamnés,
Et qui ne peuvent plus sourire!
—Charles Baudelaire
12am
Il socialcoso si espande fino ad occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il socialcoso sembra importante e impegnativo
—radollovich
11pm
Signor Direttore,
Collaborando al suo giornale con queste note di diario mi sono fatta una piccola e riprovevole fama di uomo forse intelligente ma arido. La verità è il contrario: sono certamente un cretino, ma umido. Debbo infatti ammettere che credo ancora nelle idee che mi sono state inculcate da ragazzo, sui banchi della scuola, e non saprei non dico tradirle, ma nemmeno immaginarne altre che le sostituissero: segno quindi che sono inadatto ai tempi, i quali richiedono versatilità e immaginazione. Io credo, per esempio, nella Libertà e di questo vorrei parlarle. Uno dei momenti più felici della mia disordinata giovinezza fu quando lessi questa semplice frase, che mi spiegava tutto il mio amore: «La Storia è storia della lotta per la libertà». Questo amore per la parola libertà non sopportava aggettivi né associazioni: io non volevo una libertà sorvegliata, difesa, personale, intellettuale; né gradivo che le si accoppiassero concetti, altrettanto nobili, come Giustizia e Democrazia, parendomi che la libertà li contenesse tutti, anzi li proteggesse. Quest’amore per la libertà è l’unico errore giovanile che io non rifiuto e che condiziona tutti i miei errori di oggi. Ma poiché questi errori mi aiutano a vivere, mi rendono anzi la vita sopportabile, io li difendo.
—
Ennio Flaiano [« Il mondo », 6 novembre 1956]
La solitudine del satiro
9pm
allora GUGLIA;
il prbblema è FINTO probblema. Il corpo assomiglia a quello che lo assomiglia di PIU’. Cioè allo strumento musicale.
C’è quello che è tutto BASSO, quello che è stridulo infatti è SAX, quello che è bello bello bellissimo infatti TROMBA, eppoi c’è TU. Tu sei allora FISARMONICA, che apre epperò chiude. Ma la fisarmonica deve fare ingrasso eppoi dimagro, sennò è un SOPRAMMIBBILE. Ti senti TU soprammobbile o strumento che ci respira dentro l’aria?
Poi. Detto da me (eNZO) a un femmina (tu guglia). Al maschio, è che non lo dice, ci piace la CARNAZZA. E’ morbidella e non fa male i fianchi quando c’è struscio stropiccio.
Ulderico mi ha detto che io (eNZO) sono OBBOE; ma che minchia è non lo mica capito.
ciao da eNZO.
ma ti sei lasciata col tipo?
tanto lo sai meglio di ME come fiunzionano ’sto cose… l’inverno è lungo… vuoi un tè… sALI.. rimani un pò… guardiamoci un bello film di spaventare.. no meglio uno di baciare… guardiamo quello che vuoi asta che non è film francese che tutti muiono e s’ammazzano… e patapummète, ci si ricasca di nuovo…
è il FREDDO che ti fotte, non il grasso.
ciao da eNZO
—eNZO commenta Guia Soncini
1pm
Perché gli esperti, io, per esempio, quando facevo l’università che facevo la tesi su Chlebnikov e mi consideravo un esperto di Chlebnikov, io se sentivo qualcun altro che parlava di Chlebnikov, non lo stavo mica a sentire. Cercavo di interromperlo subito, e se continuava mi veniva proprio l’istinto fisico di andare via e intanto pensavo Come si permette, questo, di parlare di Chlebnikov, che l’esperto di Chlebnikov sono io? Cioè a me, dopo che avevo studiato le cose di Chlebnikov per qualche mese, mi eran cresciuti come dei paraurti retrattili davanti e didietro che saltavano fuori ogni volta che veniva fuori l’argomento Chlebnikov e che mi impedivano di avvicinarmi e di imparare di più, ero talmente convinto di saperne, su Chlebnikov, che su questo argomento ero diventato cieco, e sordo, non muto, che ne parlavo continuamente anche a della gente, che, poveretti, la poesia d’avanguardia dei primi anni del novecento nella Russia presovietica e sovietica non era stranamente un argomento che li appassionava.
Perché gli esperti son quello, son ciechi e son sordi, non hanno bisogno, loro, né di guardare né di sentire, pensate a un esperto dattilografo, che riesce a scrivere senza guardar la tastiera, non fa neanche un errore, bravissimo, e va benissimo, in quel caso, perché la tastiera poi in fondo è sempre la stessa, ma se alla tastiera si sostituisce il mondo, adesso non so, ma la cosa mi sembra diventi un po’ più complicata.
—Paolo Nori » Un mondo di esperti
10pm
I had a teacher I liked who used to say good fiction’s job was to comfort the disturbed and disturb the comfortable. I guess a big part of serious fiction’s purpose is to give the reader, who like all of us is sort of marooned in her own skull, to give her imaginative access to other selves. Since an ineluctable part of being a human self is suffering, part of what we humans come to art for is an experience of suffering, necessarily a vicarious experience, more like a sort of “generalization” of suffering. Does this make sense? We all suffer alone in the real world; true empathy’s impossible. But if a piece of fiction can allow us imaginatively to identify with a character’s pain, we might then also more easily conceive of others identifying with our own. This is nourishing, redemptive; we become less alone inside.
—David Foster Wallace
6pm